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Siamo tornati a parlare con Leonardo Gori per approfondire tanti aspetti presenti nei suoi romanzi “Il vento di giugno” e “Borgo Ottomila”
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L’opera è molto articolata e complessa, pur mantenendo le caratteristiche di coinvolgimento e scorrevolezza, quanto tempo ti ha richiesto la costruzione di questa storia e quali sono state le principali sfide che hai dovuto affrontare?
Come faccio sempre, ho passato un po’ di tempo a documentarmi sugli avvenimenti della Storia d’Italia relativi al periodo, ma soprattutto su quello che una volta si chiamava il costume, ovvero la vita di tutti i giorni, i problemi, i sogni, la morale corrente… Poi ho architettato la trama, ma senza esagerare, perché ho imparato a farmi trascinare dalla scrittura, dai personaggi (che fanno quello che vogliono), senza far pesare ai lettori qualsiasi complessità: se questa c’è, deve apparire naturale, perché la vita è complessa, amici miei, più complessa di qualsiasi finzione.
Le sfide che ho affrontato, sono quelle di sempre, legate al tempo che scivola come sabbia tra le dita, alla necessità di reggere sulle spalle una vicenda con diversi personaggi e con le loro storie che si intersecano e raggiungono un finale in cui tutto si tiene. Resta sospeso solo quello che tecnicamente vene definito il “gancio” per l’avventura successiva. Mi importa che i lettori rimangano soddisfatti, che non restino in sospeso grandi interrogativi. E questa è una fatica e una sfida, certo, ma bella e benvenuta.
Ho sempre ritenuto che i romanzi storici o comunque le opere che hanno una forte componente storica al loro interno siano per certi versi più concreti rispetto ai saggi poiché permettono al lettore di immedesimarsi meglio nella realtà raccontata, condividi?
Sì e no. Ho il massimo rispetto per la Storia con la “S” maiuscola. Cerco di non tradirla mai, diciamo quasi mai: mi prendo delle piccole libertà, perché devo e voglio privilegiare la storia (con la “s” minuscola) che sto raccontando. Agli inizi, tanti anni fa, mettevo in coda ai miei romanzi un’avvertenza che recitava più o meno così: “Questa è una storia di finzione. Se voi interessa l’argomento, approfonditelo sui libri di Storia”. Ecco, questo invito per me rimane valido, anzi sacrosanto. Forse però hai ragione tu su una cosa: solo un romanzo (o un film, o una poesia…) possono restituirci l’aria di un periodo storico, il suo profumo, la sua “verità” emotiva, quindi più profonda. La narrativa arriva dritta al cuore, quando è buona. Per esempio, prima e meglio che sui saggi storici, credo di aver capito l’immediato anteguerra italiano leggendo “Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani.
Bruno si trova in un’Italia in ginocchio che si si appresta a un cambiamento epocale, lo stesso che lui vive sulla sua pelle e sui suoi principi, un altro tassello nel suo percorso di formazione. Possiamo dire che il Capitano ancora di più in quest’opera rappresenti l’uomo moderno che deve mettersi costantemente in discussione per mantenere i propri principi?
È verissimo. Bruno, in tutte le sue storie, non giudica mai: cerca invece di capire, di comprendere. Questo vale per i giovani, per l’amore, per la musica, per i tempi che cambiano. Ne “Il ritorno del colonnello Arcieri”, ambientato nel 1968, alla sua età non più verde ha il coraggio di rimettersi radicalmente in discussione. Lo fa già nel 1946, certo, anzi si potrebbe dire che quello de “Il vento di giugno” è l’Arcieri nuovo, che pone le basi dell’uomo in crisi ma certo non sconfitto dei miei romanzi ambientato dopo il 1966.
Quindi, come dici tu, cogliendone l’essenza, Arcieri è proprio l’uomo nuovo: tutto d’un pezzo, certo, ma aperto al prossimo; disposto a mettere in discussione perfino alcuni dei suoi principi, che riteneva fondamentali, pur di mantenere l’empatia con il suo prossimo.
“Perché tutto rimanga come è, è necessario che tutto cambi”, questo celebre passo gattopardiano rappresenta bene molti passaggi storici, anche recenti, del nostro Paese, eppure quel giugno del 46 il vento del vero cambiamento ha soffiato forte. Secondo te cosa manca oggi per sentire veramente il bisogno di cambiare a livello umano e sociale?
A costo di sembrare ovvio e scontato, oggi mancano la capacità e il coraggio per cambiare soprattutto noi stessi. Il famoso Vento del Nord, dell’immediato Dopoguerra non è soffiato invano, certi ideali sono apparsi traditi, ma la Società è comunque cambiata, il vecchio mondo, la sua parte più retriva, la sua morale ipocrita, è progressivamente scomparso. Uomini e donne del 1946 si sono reinventati prima di tutto per sopravvivere materialmente, poi hanno avuto il grande coraggio di ricostruire sé stessi.
Nella sua indagine romana Bruno entra in contatto con la defascistizzazione e si percepisce pagina dopo pagina una tensione di sottofondo quasi da Unione Sovietica, dove mille occhi invisibili spiano il tuo passato e le tue azioni presenti e sono pronti a punirti/perseguitarti. Non trovi che ci sia una sorta di parallelismo con l’attualità, dove a vari livelli il pensiero non conforme viene visto di mal occhio?
Questa è una domanda complessa, che richiederebbe molto tempo e spazio per avere la risposta esauriente che meriterebbe. In estrema sintesi, ti dirò questo: la cosiddetta “defascistizzazione” non fu mai veramente messa in atto. O meglio, colpì molti fra i più deboli, sfiorò appena o ignorò del tutto i potenti. Fu una delle peggiori operazioni “all’italiana”, giustificata sulla carta, ma gonfia di ipocrisia e portatrice di ingiustizie. Ma per fortuna l’Italia di De Gasperi non era l’Unione Sovietica di Stalin…
Lo scorso anno hai lasciato “riposare” il Capitano e ci hai portato a “Borgo Ottomila“. Qual è stata la ragione che ti ha spinto a provare una nuova strada e come credi che sia stata recepita a un anno di distanza?
Se Bruno può mettersi in discussione, perché non posso farlo io? Al di là della battuta, è necessario mettersi alla prova, cercare di capire se si può uscire dalla propria “zona di conforto”. Sperimentare un’ambientazione contemporanea, fare i conti con le nuove realtà, anche quelle apparentemente insignificanti, come i telefoni cellulari, le tecniche di indagine, i nuovi miti e quelli eterni, rimasti gli stessi dai tempi di Omero… Ne è venuto fuori un romanzo diversissimo dai miei soliti, anche e forse soprattutto come scrittura. I miei lettori l’hanno accolto bene, restando però in attesa quasi spasmodica del nuovo Arcieri. Il quale ha raccolto molto di quanto avevo seminato nella piana sconfinata di Borgo Ottomila.
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Credi che le avventure dei protagonisti di quel romanzo avranno un seguito in futuro?
I due protagonisti, i simpatici sbirri Laura e Alfieri, mi stanno raccontando una loro avventura diversissima da quella di “Borgo Ottomila”, altrettanto atipica, forse di più… Ma è un racconto lento, non so dirti se e quando vedrà la luce. Dipende da voi. “Borgo Ottomila” è in libreria, in seconda edizione, aspetta nuovi lettori, gli unici che possono innescare il tam tam.
Non posso non chiederti se hai mai preso in considerazione l’idea di realizzare un nuovo romanzo con Niccolò Machiavelli, protagonista di un’ottima trilogia, in particolare “Le ossa di Dio”.
Certo che mi piacerebbe riprendere Niccolò, Leonardo e i comprimari di quella indimenticata stagione. “Le ossa di Dio”, e anche “La città del Sole Nero” restano nel mio cuore. Se avessi sette vite a mano… cantava Francesco Guccini. Vorrei prima però riproporre ai lettori il mio secondo romanzo in assoluto, “I delitti del Mondo Nuovo”, ambientato fra Firenze e la montagna pistoiese nel 1776 e giù di lì. Ai tempi del cosiddetto lockdown lo riproposi a puntate sulla mia pagina Facebook. Mi piacerebbe fosse riedito, magari con un “seguito”.
Come ultima domanda, ringraziandoti per la consueta disponibilità, ti chiedo una curiosità. ci sarà modo di vedere ristampate le due avventure di Bruno Arcieri scritte a quattro mani con Franco Cardini?
Mettendo d’accordo alcune persone, è possibile, magari non nell’immediato. Grazie a te e a tutti i lettori.
Intervista di Enrico Spinelli
La narrativa gialla vista dalla parte di chi indaga – Il Capitano Bruno Arcieri
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