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Maurizio de Giovanni e il suo romanzo sull’amore.
Non è un giallo, non è un noir. Non ci sono morti ammazzati e, pertanto, neppure poliziotti in cerca dell’assassino e del movente. Questa volta è lui, l’autore, a investigare. Investiga l’amore. Niente “Art du crime”, dunque, bensì “art de l’amour”.
Ma in quanti modi è possibile raccontare l’amore? De Giovanni lo fa con uno stile narrativo tutto suo, alternando voci e storie, tre per l’esattezza, che si rimbalzano tra passato e presente. Racconta l’amore dal I secolo A.C. ai giorni nostri, attraverso un salto temporale che trascina il lettore in un vortice che sa di magia. Tutto parte da Gaio Valerio Catullo, poeta latino e ogni cosa a lui “ritorna”. L’antico sentimento, eppure così contemporaneo.
“Io sono quello dell’amore”.
E allora … parliamo d’amore, scrittore. Parliamo d’amore anche se fuori piove.
“Chiedilo alla pioggia. Cerca di capire la risposta dal suo rumore. Distingui le parole che pronuncia mentre cade sui recipienti di metallo rimasti fuori in attesa del sole, mentre flagella le lenzuola stese nella speranza di un vento asciutto, mentre disattende le promesse. Chiedilo alla pioggia, come se non fosse falsa e mentitrice, come se non volesse lasciar credere che non cesserà mai, avvolgendo in una tomba umida ogni desiderio. Chiedilo alla pioggia”.
Iniziammo a chiederlo allora, con “Serenata senza nome”. E lo chiediamo ancora. Alla pioggia. Alla pioggia che attraversa i secoli e i sentimenti. Alla pioggia che nel cadere, fitta, fa così tanto rumore da coprire il dolore e il suo lamento. Alla pioggia. Alla ‘pioggia che non concede tregua’. La pioggia menzognera.
Ma quanto è bella questa pioggia, scrittore? Questa pioggia “che nasconde e percuote”.
Eppure cosa se ne fa di tante lacrime, tutta questa pioggia?
E parlami della notte e del suo buio che ci separa dal giorno. Della paura e della malinconia che porta con sé. Di quanto sia impossibile controllare il dolore e la sofferenza, di notte. Di quanto si possa sperare, a volte persino pregare, che la notte passi in fretta. Parlami della notte bugiarda, come se mi parlassi dell’amore.
Parlami del Vecchio, di Oxana, di Marco, di Anna, di Gaio Valerio e dei suoi Carmi. E spiegami perché nel cantare questo “antico sentimento” che è l’amore Catullo definisce i suoi versi “Nugae”, “sciocchezze”. Insomma, “cose senza importanza”. Dunque, la “nuga” è ‘na cosa ‘e niente, ‘na pazziella, ‘na bazzecola, ‘na bagattella? Ma Bagattella non vuol dire pure imbroglio, inganno? Perché l’amore, lo sappiamo, è inganno. L’amore è una bugia.
È dunque utopistico sperare nell’amore? Questo mi stai dicendo? Eduardo Galeano sosteneva che l’utopia “è all’orizzonte … Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”.
L’amore allora è “camminare”?
De Giovanni sembra dire: “camminate, avvicinatevi all’amore”. Con la consapevolezza della gioia, ma anche dell’inganno e del tormento. Della perdita e della separazione. Della calma, delle rapide, della tempesta, delle paludi.
“Non ci sarà niente al di fuori di quel fiume o dell’amore”.
L’amore, dunque, come un fiume che tutto travolge. Che ti obbliga a seguirlo. A volte a rincorrerlo. Perché hai bisogno di quell’acqua per vivere. Hai bisogno dell’amore per sapere che esisti. E cosa accade, scrittore, quando il fiume arriva al mare? Cosa accade quando l’amore finisce?
E come un fiume in piena, l’amore travolge anche Marco, ne sconvolge l’esistenza. L’amore diventa ribellione a una vita che non gli appartiene più. Che non vuole più. A una vita che lo rende prigioniero, a una vita fatta di “schiene” che parlano, che recriminano, di attenzioni inesistenti, a una vita che non protegge dalle paure e dai dolori, a una vita in cui non si è mai sentito dire: “avrò cura di te”. Quella vita dalla quale non aveva mai avuto il coraggio di andar via. E quanto avrà sconvolto quel fiume la vita del Vecchio, quando vecchio non era? Il Vecchio per il quale è ormai passato “il tempo delle illusioni”, eppur ripensa, ogni giorno alla vita che non ha avuto. Chissà, Vecchio, se ti hanno mai visto piangere, se qualcuno ti ha mai visto triste.
Dimmi allora scrittore: “quanto può essere disperato e folle l’amore?”.
“Mentre cammino di notte in mezzo al fango, battuto da una pioggia che sembra voler continuare per sempre; mentre coltivo la febbre che mi sale ogni sera; mentre piango gli occhi di mia madre che mai più mi rivedranno, io capisco quanto folle fosse quell’illusione”.
L’amore come desiderio, come tormento, come struggimento. L’amore che allontana, che rifiuta e che rinnega. Amore che disprezza.
L’amore che colpisce alle spalle come un criminale senza nome.
È questa, la sua, la storia di una passione.
Perché nella passione c’è proprio tutto: “l’euforia”, l’apoteosi che dona l’apparente immortalità all’innamorato, il bagliore dell’altro, e il suo incanto. Come nel Carme 5: “Dammi mille baci e ancora cento, dammene altre mille e ancora cento, sempre, sempre mille e ancora cento”.
Ma poi arrivano la pena, lo sconforto, l’abbandono a ciò che non si può cambiare, e l’angoscia. Il dolore fisico della gelosia, “quella stretta violenta allo stomaco”. “Il posto di ognuno”.
La paura della perdita. Che si fa concreta. L’allontanamento, la separazione. “Quanto deve essere terribile doverne fare a meno”. “In fondo al tuo cuore”.
La speranza e la disperazione. “Io devo vederti. Un’ultima volta”.
L’illusione e la delusione. La fine. “Io sono tornato qui per morire”.
Il ritorno ingannatore. La felicità effimera. Quando ormai hai smesso di sperare, l’amore ritorna. Tu ritorni da me. Come nel Carme 107: “Chi è più felice di me, unico, al mondo? Chi può dirlo? Che c’è da volere più di questo, nella vita?”.
L’innamorato allora s’illude dell’avvenuta riconciliazione e per questo si placa. Ma anche questo è il tempo dell’inganno. Arrivano quindi, i sensi di colpa. “Ho sbagliato io, e ho sbagliato per lungo tempo”.
Dunque, Catullo, perché i tuoi versi immortali guidano l’anima mia? Sembrano dire i personaggi de “L’antico amore”. Quei versi non solo li guidano, quei versi li tormentano. Ne segnano l’esistenza. Dal loro incontro con il Poeta nulla sarà più come prima. In questo romanzo è l’Amore, quello leale di Catullo (come nel Carme 87), quello incompiuto di Anna e Marco, quello fermo nel passato del Vecchio, a chiedere giustizia. L’amore che a un certo punto si presenta come fosse “un fantasma” per reclamare un suo posto nel mondo dei vivi.
“E mi ricordo del futuro che sognammo e che non abbiamo avuto”. “Volver”.
E allora si smette di amare, ma non di volere bene.
Della “Passione”, così scriveva Libero Bovio: “Cchiù luntana me staje, cchiù vicino te sento, chi sa a cchistu momento tu a ca piense, che faje? Tu m’he mise dint’e vvene, ‘nu veleno ca è ddoce, nun me pesa ‘sta croce, ca je trascino pe’ tte. Te voglio, te penso, te chiammo, te veco, te sento, te sonno, è ‘n’anno, ce piense ca è ‘n’anno ca ‘st’uocchie nun ponno cchiù pace truvà? … Aggio fatto ‘nu voto ‘a Madonna d’a neve si me passa ‘sta freva, oro e perle Le do.»
“Più sei lontana, più ti sento vicina chissà in questo momento a cosa pensi, cosa fai?
Mi hai messo nelle vene un veleno che è dolce, ma non mi pesa questa pena che sopporto per te. Ti voglio, ti penso, ti chiamo ti vedo, ti sento, ti sogno è un anno, ci pensi che è un anno che questi occhi non possono più ormai pace trovar? … Ho fatto un voto alla Madonna della neve, se mi passa questa febbre oro e perle Le do.”
Quello che affronta de Giovanni è un viaggio sentimentale ed erotico. Un viaggio nell’amore. Attraverso l’amore, le sue gioie e le sue complicazioni. La sua, una grammatica dell’amore. E lo fa con un approccio originale al genere del dramma sentimentale che avvicina la sua scrittura a quella di Galeano. Ne “L’antico sentimento”, l’autore riesce a fondere infatti prosa e poesia. Con una narrazione quasi fuori dagli schemi.
E quindi posso dirlo che i fedeli lettori dei suoi romanzi lo ameranno.
È questa forse una semplice e breve incursione di de Giovanni nel romanzo sentimentale? Oppure è possibile trovare una continuità con tutti gli altri romanzi, con l’intera sua opera? La risposta è: “continuità”. Perché in ogni libro, in ogni romanzo, in ogni suo racconto la voce è una sola: il sentimento. Una e più riflessioni sull’amore. “Ti voglio raccontare dell’amore. Che è una materia strana, piccola baronessa. Qualcosa di pesante che non si può manovrare né governare, simile a un cavallo impazzito che trascina di corsa un carretto vuoto per le strade del paese, e tutti cercano di evitarlo perché può travolgere e fare morire. Solo che un carretto trainato da un cavallo impazzito lo vedi per quello che è, e scappi e ti ripari, mentre l’amore pensi di governarlo tu, di esser tu alla guida del cavallo e del carretto e invece quando capisci che ti ha travolto è troppo tardi. L’amore, piccola baronessa, quando arriva, arriva. E quando se ne va, se ne va. Non ci sta niente da fare. E non c’è la morale, perché questa non è una favola. È una storia …” Così in Volver.
E anche qui, c’è un ritorno. Più di un uno. Anche qui è un tentativo. Un fallimento. Perché il ritorno è un’illusione. “Una triste, patetica, illusione”. Ancora una volta, Volver e la sua eco. L’illusione di stare bene dove si è già stati bene, o dove si era convinti di essere stati bene. Chissà che non sia stata un’illusione anche questa. Tuttavia, torni lo stesso. Solo che non è come pensavi. Perché tutto è cambiato. Perché tu sei cambiato. Perché chi trovi, chi hai lasciato è cambiato. E da qui inizia un altro ritorno. E un altro ancora. Che sia tutto un ritorno, la vita? Solo questo? Possibile?
In quanti modi può finire un amore, scrittore? Un’incomprensione che allontana, che separa per sempre. Un’incomprensione può davvero bastare?
E può finire per una bugia? Una bugia durata per una storia intera si chiama inganno. Lo sa bene Catullo. Eppure non smette di amare.
Mi sembra di vederlo mentre “urla”, a bassa voce, nel Carme 85: “Odio e amo. Me ne chiedi la ragione? Non so, così accade e mi tormento”.
Ma l’amore non esiste. Perché l’amore è un inferno. Perché l’amore è un vero inferno. Ricordo bene, scrittore?
Ed è in quel momento che vorresti dire “N’zerra chella porta e nun fa asci’ l’ammore”. Ma eccoche arriva la resa, la rassegnazione. La consapevolezza della fine di un amore. “È finita”. Lui si arrende, si abbandona al destino. E allora lascia andare. Anche se non si acquieta. Come potrebbe?
Sono questi ‘i dolori del giovane Catullo’. Già, perché Catullo muore a trent’anni. Muore di mal d’amore. Non lo dicono gli storici poiché la vera causa della morte non si conosce. Ma lo sanno gli innamorati, perché l’amore è una “febbre” dalla quale non si può guarire.
La canzone che ho scelto è “La historia de un amor” di Carlos Eleta Almaràn . “Ora non sei più al mio fianco, tesoro. Nella mia anima c’è solo solitudine. E se non posso vederti, perché Dio fa sì che ti desideri? Per farmi soffrire di più? Sei sempre stata la mia ragione di vivere. Era una religione per me adorarti. E trovavo nei tuoi baci il calore che mi offrivano … L’amore e la passione. Senza il tuo amore non vivrò!”
Che strano, scrittore. Queste sono le parole di un famoso “Bolero”. Un genere musicale che rievoca proprio un amore non corrisposto e che ebbe successo, in America Latina, dopo la tragica e improvvisa scomparsa di Carlos Gardel, nel 1935, cui seguì il declino della popolarità del tango argentino. Che noi tanto amiamo, scrittore. Di quel tango che tu hai celebrato con la trilogia del commissario Ricciardi: Caminito, Soledad, Volver.
Certo, “è strano, l’amore. Ti fa fare cose assurde, lontane dal tuo abituale modo di comportarti; ti rende ridicolo, a volte, e altre riempie la vita di colori. L’amore crea, l’amore distrugge …”. “In fondo al tuo cuore”.
Comunque sia, “non si voltano le spalle all’amore”. “Il posto di ognuno”.
Ma lo ricordi scrittore? Lo hai detto tu, in “Volver”, che “non è una colpa, l’amore. L’amore quando arriva, arriva”.
E mo’ … porto via la frase più bella di “Voce ‘e notte”.
“Si te vene ‘na smania ‘e vule bbene, ‘na smania ‘e vase correre p’’e vene, ‘nu fuoco ca t’abbrucia comm’a che, vasate a chillo … Che te ‘mporta ‘e me?”
“Se ti senti una voglia di volere bene, una voglia di baci correre per le vene, un fuoco che ti brucia tanto, bacia quello … che cosa ti importa di me?”
L’epilogo, qui, fu felice.
E mentre fuori “piove a dirotto”, chiudo l’ultima pagina, quella che non si vorrebbe chiudere mai, e capisco che “parola, dopo parola, verso dopo verso”, io vorrei “vivere proprio lì, in mezzo a quelle pagine”. Che sono le tue.
Questo è de Giovanni… e l’amore.
Recensione di Giuseppina Guida
Bellissima recensione. Grazie.