LE BAMBINE NON ESISTONO Ukmina Manoori Stéphanie Lebrun

LE BAMBINE NON ESISTONO, di Ukmina Manoori con Stéphanie Lebrun (Libreria Pienogiorno – febbraio 2022)

 

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Recensione 1

Non so perché avessi accantonato questo libro che mi era stato regalato subito dopo la pubblicazione, forse perché – dato che faccio il giro del mondo come Ariosto, coi libri – in quel periodo avevo già ‘visitato’ l’Oriente e volevo dedicarmi ad altri Paesi. Comunque sia, qualche giorno fa ho rimediato leggendolo tutto d’un fiato e rimproverandomi per non averlo fatto prima.

Per chi vive nel nostro mondo la storia di Ukmina – raccolta e narrata dalla giornalista francese Stéphanie Le Brun – ha il sapore di un’epica lontana nel tempo e nello spazio pur appartenendo a questi ultimi decenni. Nata (forse) nel 1968 in un piccolo villaggio afgano ai confini col Pakistan, Ukmina Manoori, undicesima dopo sette femmine e tre maschi morti in fasce, viene destinata dal padre ad essere una “bacha posh”, una bambina vestita da maschio, che può vivere come vivono i maschi soltanto indossando abiti maschili. È un’usanza praticata e accettata anche in una società fortemente tradizionalista come quella afgana perché consente alle famiglie di poter contare su un paio di braccia in più nei campi e perché allontana la malasorte dai figli che potrebbero nascere dopo.

Ukmina può vivere all’aperto, giocare con i coetanei, fare la spesa, accompagnare la madre nelle sue rare uscite fornendole la presenza obbligatoria di un essere di sesso ‘maschile’; le danno anche un nome maschile, “Hukhomkhan”, l’uomo che dà ordini, e gli abitanti del villaggio si adeguano per rispetto della volontà del padre. Ma gli abiti maschili non le danno soltanto la possibilità di fare una vita diversa da quella di altre bambine, le fanno capire quale sia il destino delle donne del suo paese; da qui la decisione: “fare come un uomo per sfuggire al mio destino di donna”. È per questo che, raggiunta la pubertà, rifiuta di ritornare agli abiti femminili anche se il padre e i mullah la richiamano continuamente al suo dovere di ‘ridiventare’ donna, portare il velo, sposarsi e avere figli.

Ispirata dalle gesta di Bagdai, un eroina locale che si era opposta perfino al re, Ukmina lotta ostinatamente per mantenere la propria condizione. Da uomo, quindi, partecipa alla lotta contro gli invasori russi combattendo sulle montagne fino ad essere considerata un vero ‘mujaheddin’, un uomo che ha fatto la jiad. Si guadagna il rispetto della comunità e la gente comincia a rivolgersi a lei con deferenza chiamandola ‘zio’. Ma ai russi, come sappiamo, subentrano i Talebani. Il loro feroce integralismo la costringe ad una vita più ritirata fino a quando, con l’arrivo degli americani, la situazione cambia almeno parzialmente.

Vengono indette le prime elezioni e Ukmina si impegna allo spasimo per liberare le donne del suo e dei villaggi vicini dalla secolare soggezione agli uomini ed alle leggi religiose diventando sempre più ‘uomo’. In questa veste viene eletta nel Consiglio Provinciale e ricevuta dal Presidente Karzai. Il suo impegno la porta fino al palazzo dell’ONU (dove in effetti inizia la narrazione) come portavoce delle donne afgane.

Tranne quello di non aver studiato (è ancora analfabeta) non ha rimpianti, ma un unico desiderio: spera che dopo la morte Allah la faccia “essere una vera donna o un vero uomo. Non importa cosa, ma non metà e metà… perché senza amore e senza desiderio ci si sente soli”.

Recensione di Miranda Valsi

 

Recensione 2

Sono nata in un corpo di donna. Ma poi mi hanno vestita da uomo. Negata e svelata, ho conosciuto la libertà. Ho desiderato essere come il vento. Sono ora metà lui e metà lei. Mai veramente uguale al mio genere. Ma quale genere può esistere nelle violenze della sopraffazione? 

Il titolo in francese tradotto in italiano significa: “Sono una bacha posh”. Bacha posh è persiano e significa vestita come un ragazzo. In certe zone dell’Afghanistan e del Pakistan le famiglie senza figli maschi e estremamente povere costringono una delle loro figlie femmine a vestirsi e comportarsi come se fosse un maschio.

Ciò permette alla bambina di comportarsi più liberamente: uscire per le faccende esterne, svolgere i lavori insieme al padre o per conto del padre, le è persino concesso trovarsi un lavoro autonomo al di fuori dell’ambito familiare. Questa pratica consente alla famiglia d’origine d’evitare lo stigma sociale associato al fatto di non aver figli maschi. E di far fronte alla povertà. Ma non appena la famiglia lo decide, la ragazza è costretta a rimettersi il velo e i vestiti da donna. Nascondersi sotto abiti mai portati fino ad allora, rinchiudersi in casa e dedicarsi a tutte le faccende domestiche che non conosce e che non sa fare, ma che d’ora in poi dovrà imparare a fare per un uomo che non conosce e che non vuole amare e che, contro la sua volontà, le è stato imposto come marito. Il destino di una bacha posh è ancor più crudele delle altre donne perché la espone maggiormente alle violenze della società maschile che considera il sesso femminile quello debole, da dominare e sottoporre alle proprie voglie.

 

 

Il titolo italiano “Le bambine non esistono” sottolinea le difficili realtà dell’Afghanistan, dove i talebani prendendosi il potere hanno ricacciato ancora più indietro nell’ignoranza e nei soprusi la vita delle donne. La negazione di potersi realizzare è il destino crudele di tutte le bambine, ma lo è ancor di più per chi assaggia la libertà e poi ne viene privata, cioè per le bacha posh.

Ukmina Manoori è una di loro. Ma quando ha avuto l’età di rinchiudersi in casa e coprirsi di veli e gioielli, lei si è ribellata. Sostenuta dalla famiglia e dalla sua grande fede, Ukmina è riuscita a rimanere un uomo, combattendo la jihad, la sua guerra santa, diventando un mujaheddin, un patriota e guadagnandosi il rispetto di tutti e di tutte.

 

 

Ukmina Manoori non sa scrivere; questo libro è il frutto di lunghe interviste con interprete, che si sono svolte in circa dieci anni. La giornalista francese Stéphanie Lebrun ha curato la raccolta della documentazione e la stesura del libro. Qui, la narrazione si trasforma in un resoconto storico affascinante, ricco di dettagli e di aneddoti. Il lettore rimane ancorato al filo della scrittura e il ritratto di Ukmina la guerrigliera, fuoriesce vivo, potente, carico di energia positiva dove le armi servono per farsi strada e non per spargere sangue: «mi piacciono le armi, senza mi sento nuda, ma non ho le mani sporche di sangue.» (p 64)

Sin da piccola, Ukmina è sicura della sua vita, che non subisce, ma che vive in prima persona: «Tra noi pashtun le armi sono per gli uomini quello che i gioielli sono per le donne. Io ho fatto la mia scelta: odio i gioielli e adoro le armi. Ancora bambina sogno pistole, fucili, pugnali e sciabole. Non ho nessuna intenzione di usarli, ma nella mia testa di bambina, sono la definizione di un uomo? per il momento però ho solo un misero bastone.» (p 34)

 

 

Prima di iniziare il libro, il lettore viene avvertito in qualche modo che sta per leggere una storia di una donna forte e coraggiosa. In esergo, infatti, troviamo una citazione di Olympe de Gouges, presa dalla “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” scritto nel 1791: «Se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere pure quello di salire sul podio.»

Una grande leggenda ancor vivente nel cuore degli abitanti del villaggio di Ukmina, anima le ambizioni e i desideri della giovane donna-uomo: la leggenda della bacha posh Badgai, la donna uomo che si conquistò fama e rispetto anche da parte degli uomini con le sue azioni temerarie e la sua battaglia per difendere i diritti umani, donne incluse. Diventa per Ukmina lo spirito guida, la luce, un modello sacro da imitare nella sua vita. E con fierezza continua a mettersi il turbante da uomo e a non indossare i vestiti da donna: «So di avere la determinazione di un uomo. […] sono riuscita a piegare mio padre, […]  mi sembra di nascere una seconda volta.» (p 49) Con il suo coraggio dimostrato in più occasioni, durante l’invasione dell’Armata Russa sconfiggerà le paure legate alle azioni guerrigliere: «sento l’odore della paura per la prima volta nella mia vita. Non sarà l’ultima. A volte, in lontananza, si percepisce come il ronzio do una mosca.» (p 53) Si farà spazio in un mondo di soli uomini: «ho acquisito il titolo di mujaheddin, “colui che ha fatto la jihad”. Uno statuto che mi procurerà il rispetto degli altri per tutta la vita.» (p 67)

 

 

Ukmina, usa questo statuto speciale per fare cose da uomo, ma con le qualità che lei ritiene siano esclusive caratteristiche femminili: «le donne sono le più belle creature di Dio. Gli uomini sono crudeli. Chiedo spesso ad Allah: “Dammi il potere degli uomini e la bontà delle donne:”» (p 63)

Donne di cui si prende carico anche nella politica. «Per portare a compimento il mio destino, dovevo aiutare le donne, rendere le invisibili visibili. L’ho promesso a Badgai.» (p 86)

Un libro sulla ricerca identitaria laddove alle donne è imposto il velo, la reclusione, la dedizione alla famiglia e alle faccende domestiche. E non solo. Spesso a tredici, quattordici anni ancora vengono obbligate a subire mariti vecchi e violenti. Per quanto Ukmina sia scampata a questo destino, la sua rimane un’identità a metà. Così, Ukmina rivela quanto sia costoso rinunciare al sé, rivolgendosi a una bambina: «Ma nell’altro mondo, sai, chiederò ad Allah di farmi essere una vera donna o un vero uomo. Non importa cosa, ma non metà e metà. Perché?, mi domandi. Perché senza amore e senza desiderio, a volte ci si sente soli.» (p 153)

 

Recensione di IO LEGGO DI TUTTO, DAPPERTUTTO E SEMPRE. E TU? di Sylvia Zanotto  

 

LE BAMBINE NON ESISTONO Ukmina Manoori Stéphanie Lebrun

 

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