
QUEL CHE RESTA, di Virginie Grimaldi (E/O – febbraio 2024)

Quando ho letto il titolo di questo romanzo mi è venuta in mente una canzone di Pino Daniele, in particolare alcune parole: “Quando qualcuno se ne va resta l’amore intorno. Resta quel che resta”.
Ed è proprio da questa affermazione che il romanzo parte, ossia, dalla morte dell’amato marito Pierre con cui la settantaquattrenne Jeanne ha vissuto una vita piena per molti anni. Lei vive a Parigi in quella casa che fa ora riecheggiare il silenzio di una mancanza, da una stanza all’altra, da un oggetto all’altro, da un profumo che si spande, ha acquisito una tenera fragranza ma che si disperde troppo in fretta. Si ritrova impotente, in uno stato di grande disagio e sofferenza. I suoi pensieri sono attraversati da una corrente gelida, mortifera. Il suo caro oggetto d’amore non c’è più. E allora cosa resta da fare? Cosa resta da vivere? Si può vivere dopo ciò che esisteva e non c’è più?
Jeanne deve, suo malgrado, confrontarsi con quello che rimane, del fare e dell’agire senza Pierre. E allora, in qualche modo, cerca di reagire: vuole fare della sua casa, assordantemente silenziosa, un luogo per qualcuno, affittando una stanza che non utilizzerà più. Alla sua richiesta risponderanno contemporaneamente Iris e Thèo che, seppur in modo diverso rispetto a Jeanne, hanno vissuto un loro personalissimo e dolorosissimo lutto. Sentono che lì possono ritrovare nuova linfa per la loro esistenza.
Così Parigi, e in particolare la dimora di Jeanne, si fa “più grande” per riceverli entrambi, li accoglie fra le sue braccia, dentro il suo ventre caldo e accogliente e lo sarà per la stessa donna agee, che si sentirà meno sola.
La copertina è molto significativa, perché rappresenta tre diverse età della vita (la giovinezza, l’età adulta e la senescenza) e che riescono a dare un valore aggiunto alla trama, perché è proprio anche grazie a tre punti di vista diversi che cresce e si rafforza un trio che, all’inizio camminavano su tre strade differenti ma arrivati poi ad un incrocio si sono, come una magia, riconosciuti l’uno a completare l’altro percorrendo una quarta strada, dapprima piena di sassi e pietre scivolose, ma successivamente di piccolissima ghiaia innocua.
Un libro che consiglio in questo scampolo di festività natalizie, come un piccolo dono composto di gradevolezza stilistica e grazia narrativa.
Nella penna dell’autrice c’è un continuo scambio di parole serie e tematiche importanti con altrettanti guizzi ironici e simpatici, in qualche caso utili a sdrammatizzare una situazione o un momento meno facile, così come facciamo tutti, a volte, con i nostri amici a cui vogliamo bene. E allora quanto è importante il comunicare, il saper dire una parola gentile e affettuosamente simpatica, rimanendo a volte sorpresi di sentircela dire magari da qualcuno lontano dalla nostra generazione, ma forse proprio per questo più incisiva.
Come un piccolo miracolo di Natale questa è una storia luccicante di una luce magica e quanto è bello allora immergersi dentro, per lenire la solitudine e curare i cuori graffiati.
L’autrice racconta la quotidianità di gesti e parole dapprima tagliati con l’accetta che poi diventano più sciolti, le fortificazioni dell’anima si abbattono e resta allora quello che resta.
Il trio narrato, inconsciamente, si fa terapeutico per il singolo mentre attraversa il guado delle sue paure.
Si apre per loro un nuovo futuro di sfide coraggiose e ognuno di loro con il proprio filo in mano forma una matassa di lana che riscalda e rincuora. Un nido di una familiarità insolita, in cui anche io, ad un certo punto, mi sono sentita parte, come fossi una quarta inquilina, sotto il cielo di una Parigi che amo alla follia con quel suo sguardo un po’ sognante.
Recensione di Elisabetta Baldini
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